L’alba di un nuovo tramonto?

Come al solito ce ne siamo accorti a posteriori di quanto sia bella e affascinante un'avventura di questa Under azzurra, anche se non finita in trionfo.

Ci ritroviamo stranamente ad apprezzare le sfaccettature di una sconfitta (ma chi, noi, quelli che "conta solo vincere?")  a braccetto con dati fantastici, nonostante la sacralita' violata di un TG posticipato, di audience tv (Gia' , ma sulle altre gare, soprattutto quando non si arriva in fondo, dove siete?).

Passando anche per pezzi celebrativi sui nuovi papabili eroi con esagerazioni evitabili a tema (chissenefrega di quanto sia lievitato il prezzo del cartellino, raccontate le storie dei ragazzi!).

Insomma, una sensazione effimera di rinnovamento collettivo che in realta' trova analogie di interesse con gli atleti olimpionici. Quelli che "ballano" ogni 4 anni, che provano l'ebrezza di una ventata di popolarita' per poi ricadere nel dimenticatoio appena l'onnivoro pallone deve ridare in pasto in prima pagina l'ennesimo supposto check in del Risolutore.

Ma qualcuno che si chieda e soprattutto proponga una soluzione per non penalizzare anche questa generazione di ottimi talenti italiani esiste?

Perche' e' pura ipocrisia mista forse a disonesta' intellettuale far credere che  il calcio azzurro, dopo queste buone prestazioni, sia tornato, pronto a rinascere ai massimi livelli.

Onestamente siamo solo all'inizio di una salita lunga, che se tutto va bene , portera' diversi talenti di quel gruppo, "scavallare" e arrivare ad essere discreti professionisti. Ma quello che veramente conta non e' la semina. La ricetta di Viscidi e del suo team di lavoro, strepitosamente passionale e continua,  ha portato ad arare in maniera egregia, a gettare semi che stanno fiorendo rigogliosi. A breve potremmo avere un raccolto eccellente. Sapete pero' quale e' il rischio concreto? Che tutto cio' appassisca, sino al deperimento e al macero calcistico.

Esagerazione? Puo' darsi. Ma non dimentichiamoci che siamo il paese dove politicamente a livello di riforme, per evidente incapacita', se e quando le variamo, finiscono per essere un flop (seconde squadre e calcio femminile andata e ritorno tra i dilettanti gli ultimi spot) Le premesse sono oggettivamente queste. Sperare che, nel nome dell'interesse azzurro, di una Nazionale che torni almeno a giocarselo un mondiale, ci siano dirigenti credibili,, con un percorso professionale ad hoc, capaci di lavorare in una direzione produttiva, e' una battaglia persa in partenza.

Gelosie, lotte di potere, curriculum che denotano piu' fallimenti che altro, incapacita' di individuare ( e una volta anche solo pensato, ghettizzarlo rapidamente  con opinioni lobbistiche di convenienza) possibili teste pensanti che amino questo sport e lavorerebbero gratis per riportarlo in auge, e' il fritto misto che propone casa Italia.

Anche solo chi ha buon senso, e non necessariamente un "direttore" di qualcosa (termine ampiamente abusato nell'ambiente per confondere autorevolezza con autoritarismo), si e' accorto che per i calciatori di casa nostra esiste un "tappo" all'apice del movimento.

Frutto di scelte tecniche ed economiche di convenienza e corroborate ormai da preconcetti sul talento nostrano, che non e' pronto, che subisce la pressione, che' e' viziato rispetto a quello esotico,  "pronto", certificato da una manciata di gare nella massima serie scelta sul Risiko del pallone.

Ci si appiglia alla scusa di regolamenti spesso spernacchati per dire che NON si puo' cambiare questa tendenza.  Eppure l'evidenza di troppi stranieri giunti non per meriti ma per incastri maneggiosi, e' un dato condiviso da tutti gli addetti ai lavori che vorrebbero altro. E quell'altro e' un banalissimo limite al tesseramento indiscriminato di presunti fenomeni provenienti dall'estero.

Si stanno attrezzando in tal senso tutte le nazioni calcisticamente piu' evolute di noi. Che vincono Mondiali o ci vanno vicino. Possibile ancora raccontare la barzelletta della irreversibile sentenza Bosman? E' stata la scusa perfetta per smantellare settori giovanili che lavoravano con parsimonia, passione e competenza alla crescita di nuove generazioni di atleti.

Purtroppo augurarsi regole ferree per far investire obbligatoriamente in risorse del proprio vivaio e' una scommessa persa. Dimentichiamo che pure iscriversi ad un campionato dovrebbe essere una cosa seria e certificata, senza fideiussioni farlocche o piazze storiche implose.

Augurarci il meglio per questa generazione  di indubbio prospetto (tra 97 e 2001, due finali Europee e un terzo posto Mondiale nell'ultimo anno di attività) resta quindi molto problematico. Quella dolcezza al palato per aver visto lottare il gruppo dei 99/2000 , con tecnica e personalita', contro portoghesi piu' "uomini" in diversi ruoli, lascia ora spazio ad un retrogusto amarognolo.

Sappiamo purtroppo, dopo anni di frequentazione dell'ambiente, a cosa potrebbe andare incontro il percorso di "lievitazione "finale di queste generazioni. Abbiamo solo una recondita speranza per non gettare questo splendido lavoro tecnico frutto di anni di programmazione. Pescare un jolly Illuminato dal mazzo dirigenziale/ex atleti che possa portare avanti un proprio progetto serio , basato su pochi punti.

Vedendo pero' cosa offre il paese in generale a 360 gradi, con logiche di promozione e di interazione professionali aberranti, capite forse meglio il perche' di un titolo forte...

Paolo Ghisoni