Da svincolato a inamovibile: Alessandro Minelli del Rende

Come una felice intuizione di un dirigente di provincia può cambiarti la carriera. Alessandro Minelli ne sa qualcosa. Il difensore classe '99 quest'estate era rimasto a spasso dopo le esperienze nei settori giovanili di Inter e Pescara. In lui, per fortuna, ha creduto il Rende e il suo giovane direttore sportivo, Giovambattista Martino. E così il ragazzino svincolato da una Primavera 2 si è ritrovato a dirigere la difesa di una squadra di Lega Pro in piena zona playoff seguito con attenzione da club di categoria superiore. La Giovane Italia ha intervistato il centrale della retroguardia biancorossa per analizzare una carriera giovane ma piena di sorprese.

Visto il freddo scaldiamoci pensando a quest'estate. Precisamente ai primi di luglio.
"Una settimana non proprio meravigliosa. Il 30 giugno era scaduto il prestito dall'Inter al Pescara, ero fiducioso sul riscatto da parte degli adriatici. E invece, niente. Da un giorno all'altro mi ritrovo svincolato. Luglio inizia proprio male: mi allenavo da solo a casa, ero veramente giù di morale. Però sapevo che una soluzione l'avrei trovata, anche se onestamente non pensavo potesse essere la C. In pochissimi, nella mia situazione, riescono a rimanere nei professionisti. Però non mi sono perso d'animo e ho sperato, fino a quando è arrivata la telefonata del diesse del Rende. Appena finita la chiamata, mi giro verso mio padre: "Non me ne frega niente della distanza, voglio andare in Calabria". Avevo già deciso mentre parlavo con Martino: non solo mi avevano chiamato in Lega Pro ma a cercarmi era stata una delle migliori squadre in cui lavorare. Il Rende veniva da un'insperata qualificazione ai playoff e aveva grande voglia di ripetersi. E se un anno prima aveva fatto esplodere tanti outsider, in questa stagione voleva riprovarci con i giovani. Veramente bella quella telefonata, mi ha reso superfelice".

Alessandro Minelli contrasta un avversario nel derby con la Vibonese (foto Ufficio Stampa Rende)

E adesso sei il giocatore U19 col maggior minutaggio nel girone d'andata in Lega Pro.
"Non me l’aspettavo, è tutto bellissimo. Il merito è di un club che punta veramente alla crescita dei giovani e di un allenatore, Francesco Modesto, che mi ha aiutato tanto. All'inizio avevo un po' di paura, prima dell'esordio a Pagani mi tremavano le gambe, avevo paura di non mantenere le attese e di fare disastri. Ricordo ancora cosa mi disse Modesto: "non stiamo andando in guerra, è pur sempre una partita di calcio e uno può anche sbagliare". E se te lo dice uno che ha giocato tanti anni in Serie A non puoi far altro che crederci".

Non pesa la distanza?
"Onestamente no. È vero che sono lontano dalla mia famiglia, dalla mia ragazza e dai miei amici. Però sto facendo quello che mi piace in un ambiente meraviglioso. Qui tutti mi vogliono bene, dal presidente all'ultimo dei simpatizzanti. A Rende e nel Rende sto bene: sono tutti gentili e disponibili, sia nella squadra che fuori".

Un ambientamento perfettamente riuscito.
"Sì, ho avuto solo un piccolissimo problema. Io son milanese, il primo giorno nello spogliatoio parlavano quasi tutti in dialetto calabrese. Avrò capito sì e no un paio di parole, è stato stranissimo. Ma adesso lo capisco abbastanza bene e magari un giorno riuscirò anche a parlarlo bene (ride NdR). Comunque, al di là delle battute, l'annata precedente a Pescara mi ha aiutato moltissimo ad abituarmi a stare lontano da casa".

Alessandro Minelli ai tempi dell'Inter

A proposito di Inter e Pescara, come ci sei arrivato?
"Un percorso che parte dalla scuola calcio a Concorezzo, il mio paese natale. Da lì, ancora ragazzino, passai all'Enotria, un club affiliato all'Inter. Lì mi notò l'Olginatese: due anni con loro e, nel secondo, a 16 anni, il debutto in Serie D e una decina di partite in tutto. L'Inter allora scelse di prendermi: vincemmo il campionato Berretti nella stagione 16-17 ma non arrivai mai al debutto in Primavera. E così, un anno fa, la chiamata del Pescara, in prestito con diritto di riscatto dai nerazzurri".

Il resto lo sappiamo: un campionato in Primavera 2, il mancato riscatto e il boom a Rende.
"Devo dire che la soddisfazione personale è tanta. È bello partire dal nulla e arrivare a giocare stabilmente come titolare tra i professionisti. Poi, ovviamente, spero di essere solo agli inizi: so che sono ancora un po' acerbo e che posso migliorare tanto. E so anche dove voglio arrivare: in Serie A".

E qualche club ci sta facendo un pensierino...
"Le voci di mercato le seguo il giusto: è bello se ti seguono club di A e B, vuol dire che stai facendo bene. Ma non voglio distrarmi, tra poco riparte il campionato e c'è un girone di ritorno da giocare al massimo. Poi vedremo cosa arriverà e se qualcuno chiamerà. Ma intanto testa al Rende".

Capitolo tattico: difensore puro?
"Sin da bambino. Però non avevo mai giocato in una difesa a tre, in Serie C è stata la mia prima volta. Anche questo mi creava agitazione agli inizi ma i consigli del mister e l'affiatamento con i compagni mi hanno aiutato a fare bene.

Intervento migliore?
"Il recupero su Castaldo della Casertana: noi tutti in attacco, contropiede e lui scappa in velocità. Gli corro dietro, recupero un bel po' di metri e alla fine lo riprendo quando sta per tirare. Però non chiedermi le partite migliori perché le abbiamo perse entrambe: sono quelle contro Juve Stabia e Trapani. Abbiamo giocato benissimo e come premio non abbiam portato a casa nemmeno un punto".

Girone C caldo e focoso come il Sud. Niente male per debuttare.
"Ci sono grandi stadi in cui è passata la Serie A, pezzi di storia del calcio italiano. E sugli spalti migliaia di tifosi. Tutto bello però quando inizia la partita devi pensare solo a quello che accade in campo, il fuori deve restare fuori. Poi ci sono anche calciatori che hanno fatto la storia. Penso a Lodi del Catania e alla "carezza" che gli ho dato sul piede sinistro (ride NdR)".

Tanti club pensano agli under per il minutaggio. Non il massimo per farli crescere...
"Sarò ripetitivo ma servirebbe la mentalità del Rende. Qui non vogliono un 2000 qualsiasi per poi passare all'incasso in Lega. Qui prendono un giocatore, di qualsiasi età, perché credono in lui. E se è giovane sanno benissimo che non sarà pronto ma bisognerà aspettarlo, farlo crescere e non buttarlo via al primo errore. Qui puntano al salto di qualità del giocatore e, di conseguenza, alla sua vendita in categorie superiori: il ragazzo fa carriera e il club fa la plusvalenza. Insomma, tutti felici e contenti".