Magnaghi e quella B mai provata dall’Atalanta al Pordenone

Giocava con Gagliardini, ha sfiorato la A e militato in importanti club di C. Una carriera movimentata per Simone Magnaghi, promettentissimo attaccante della Primavera dell'Atalanta a inizio decennio. Il classe '93, attualmente in forza al Pordenone, ai microfoni de La Giovane Italia, ha analizzato la sua carriera passata e presente, con uno sguardo al futuro.

Iniziamo dal presente, che si chiama Pordenone, secondo nel Girone B di Serie C.
"L'obiettivo della società, anche quest'anno, è disputare un campionato di vertice. Un paio d'anni fa sono arrivati a un passo dalla B, l'anno scorso siamo arrivati un po' cotti in campionato dopo il gran cammino in Coppa Italia. Questa stagione siam partiti molto bene, grazie a un'ossatura storica, a giocatori dalla grande tecnica e a innesti positivi. Bene così, è chiaro che siamo ancora a novembre e il campionato è lungo. Ci sono ancora tante partite e tante avversarie di gran livello, inutile guardare la classifica adesso".

Riavvolgiamo rapidamente il nastro. E all'Atalanta.
"Giocavo nelle giovanili del Darfo Boario. A 14 anni, dopo diversi provini, arrivai all'Atalanta e ci giocai per diversi anni. Stagione 2011/12, a metà campionato Primavera vengo girato alla Tritium, in C1, per crescere in fretta. La mia prima esperienza fuori casa, la mia prima volta tra i grandi. È stata una palestra di vita, ci salvammo in maniera diretta. Poi un anno dopo, sempre sotto la tutela dei nerazzurri, venni girato al Viareggio per accelerare i tempi, all'epoca si parlava di un mio inserimento nella prima squadra bergamasca".

E poi?
"Ci sono stati alti e bassi come è normale che sia in carriera, dovuti all'età giovane, ad annate andate meglio e altre no. E poi serve sempre un pizzico di fortuna. Proprio il primo anno di Primavera, sotto età, arrivai a un passo dal Pescara di Zeman. Poi uno scambio non si concretizzò e loro presero Immobile, l'attaccante italiano più forte che c'è al momento. Poi, visti gli ottimi rapporti con l'Atalanta, fui accostato al Cittadella, che disputò una serie di ottimi campionati in cadetteria. Ma non se ne fece nulla. Dopo la stagione al Venezia (7 reti, ndr) fui vicino anche al Lanciano in B, con Conti e Grassi che dopo quell'annata sono arrivati in A. Per un motivo o per un altro non sono mai riuscito ad agguantare la cadetteria. Sicuramente c'è ancora tempo per arrivarci, ci proverò con il Pordenone".

A proposito di Coppa ed ex compagni...
"...ho rivisto Gagliardini a San Siro nel famoso match di Coppa Italia contro l'Inter, ho scambiato la maglietta con lui. Ogni tanto tra ex compagni ci si sente, anche se magari non così tanto spesso".

Torniamo alla tua carriera e a qualche parentesi sfortunata. Esempio Venezia e Taranto.
"In Laguna lottavamo per i playoff, poi il patron russo abbandonò la squadra, prendemmo punti di penalizzazioni, niente stipendi e arrivammo a sfiorare i playout. Per fortuna ci salvammo in maniera diretta. In Puglia fu un'annata molto difficile sotto tutti i punti di vista. C'è grande rammarico perché Taranto è una piazza incredibile".

E poi c'è stata anche la Cremonese.
"C'era grande aspettativa, sono state messe le basi per il “salto” dell’anno seguente. Sono contento che abbiano ottenuto la promozione perché non c'entravano nulla con la C, hanno inseguito la B e credo saranno di passaggio anche in cadetteria".

E Magnaghi ora che pensa?
"Che se uno ha qualità, con sacrificio e perseveranza, i risultati li ottiene. Ovviamente queste qualità devono essere messe a disposizione dei compagni".

Chiusura con i tanti under in Serie C. Che ne pensi?
"Per me deve giocare chi è bravo, serve meritocrazia. Bene dare (e avere) delle chance, ma un ragazzo deve scendere in campo se merita, facendo i suoi errori come li abbiam fatti e li facciamo tutti. Altrimenti vizi il giovane, non gli fai capire l'importanza della situazione, perché deve giocare per forza a causa di valorizzazioni e minutaggi vari. Le occasioni devi ritagliartele lavorando duramente. Si rischia di crescere con una mentalità sbagliata: tanti, finito lo status di “giovane”, abbandonano il professionismo. O restano addirittura a casa".